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Piada e non piadina

Piada e non piadina

 
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Da Peter Pan Bar e Piadineria potrai trovare la vera tradizione della romagna e della Piada. Avete sentito bene! Piada e non Piadina!

Un termine che ha assunto diverse denotazioni dialettali come pieda a Rimini, pida o piedà nei dintorni di Cesena, ma che per tutti ha un solo significato e un solo riferimento (strepitoso) gastronomico. La parola piada viene ritrovata per la prima volta nel 1622, quando a causa di una brusca carestia proprio questo alimento è stato la salvezza per i pasti nei pressi di Santarcangelo. Addirittura (e si tratta della prima volta che il termine piada compare in un testo) veniva utilizzata come tributo annuo da consegnare alla Chiesa come riferisce Anglico de Grimoard, fratello di Papa Urbano V. C’è chi come Giovanni Pascoli, definendola “Pane rude di Roma”, sostiene di averla ritrovata all’interno dell’Eneide: infatti si legge che i Troiani, buongustai, decidono di consumare le proprie carni soprai vassoi commestibili (le piade appunto).

Un termine così antico, ma così deturpato nel corso degli anni, ma noi della Piadineria Peter Pan, così come ci insegnano le nonne, amiamo la tradizioni e te la faremo assaggiare in tutta la sua completa storicità!

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Ricetta dei cappelletti in brodo

Ricetta dei cappelletti in brodo

 
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Fra poco più di un mese è Natale, cominciano quindi i primi preparativi: si addobba l’albero di Natale, si fanno i primi regali e si comincia a discutere su cosa preparare per il tanto atteso PRANZO DI NATALE.

Se c’è una cosa che non deve mai mancare a Natale sulla tavola delle famiglie romagnole sono i cappelletti, chiamati così per via della forma a cappello. Si tratta di pasta ripiena con ricotta, uova, formaggio e aromi vari.

Secondo la ricetta originale, o meglio quella antica, i cappelletti vanno cucinati in brodo di cappone, però oggi esistono altre varianti tra cui quella con il ragù.

Ecco a voi la ricetta dei “Cappelletti in brodo”.

Ingredienti per la pasta:
400gr di farina
4 uova

Ingredienti per il ripieno:
200gr. di ricotta
200gr di Parmigiano grattugiato
2 uova
Sale q.b.
Noce moscata q.b.

Preparazione:
Per la pasta, in una ciotola mettere la farina, rompere al centro le uova e impastare. Stendere la pasta aiutandoti con un mattarello e tagliala a quadretti. Prepara poi il ripieno unendo tutti gli ingredienti in una terrina e amalgamare il tuo. Al centro di ogni quadretto porre un cucchiaino di ripieno, dopodiché piagali a fazzoletto e poi ripiega i bordi in modo da formare un cappelletto. Infine, cuoci per qualche minuto i cappelletti pronti in un buon brodo di cappone.

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L’Albana di Romagna… Curiosità e leggende

L’Albana di Romagna… Curiosità e leggende

 
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L’Albana è un vino bianco ed è, insieme al Sangiovese, uno dei vini tipici della Romagna.

Il vino è una delle poche cose che invecchiando diventa più buono. Ma l’Albana oltre che a diventare ancora più buono, acquista anche fascino, in quanto si tinge d’oro.

Non tutti sanno che è il protagonista di una leggenda.

Si narra che Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio I, per sfuggire dalla malaria, nel periodo estivo si rifugiò in un paese di collina il cui nome era Monte Dell’Uccellaio. Qui le venne offerto, in una ciotola di terracotta, un vino locale. Galla Placida, rimase così estasiata dal suo sapore che disse: “Degno tu sei di Berti in Oro” ovvero “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro”. Non poteva che non riferirsi al dolce e passionale Albana di Romagna.

Si dice che da quel giorno, quel paese da Monte Dell’Uccellaio cambiò il suo nome in Bertinoro.

L’Albana è stato il primo vino bianco a ricevere, nel 1987, la Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG).

Con quali cibi si sposa?

L’Albana secco può essere accostato a primi piatti, come i risotti o paste gratinate.

Mentre, l’Albana dolce può essere abbinato ad un buon dolce come la ciambella romagnola (La Brazadela).
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Cosa fare a fine stagione?

Cosa fare a fine stagione?

 
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Nonostante la bella stagione stia ormai giungendo alla fine, la riviera romagnola, oltre la famosa Movida estiva, può continuare a offrire tanto anche durante i mesi cosiddetti “freddi”.

Tra borghi antichi, rocche che dominano la vallata sottostante, castelli e sagre, nell’entroterra riminese sono tante le occasioni per stare bene in famiglia e per veder sorridere i bambini.

Ecco alcune cose che vi consigliamo di vedere:
– Il primo luogo che merita sicuramente una visita è l’antico borgo di Santarcangelo di Romagna. Questo non solo per le sagre e le feste che rallegrano le sue vie quasi tutte le sere e che, tra artisti di strada e musica, faranno spalancare gli occhi ai vostri bambini. A Santarcangelo di Romagna si trovano infatti due piccole meraviglie che di certo vi piaceranno: le Grotte Tufacee e il Museo del Bottone.
– Molto interessante anche la piazza Tre Martiri, dove si trovava il cuore romano della città ovvero l’antico foro, con l’incrocio fra cardo e decumano. Bella anche la torre dell’orologio, che segna i mesi, le lune e i giorni.
– Consigliamo un giro a Piazza Ferrari, dove potrete visitare anche gli scavi della “Domus del Chirurgo” e il museo cittadino.
– Piazza Cavour poi si sviluppa intorno alla Fontana della Pigna e viene chiusa ai lati dal Teatro Galli, le sedi di Comune e Provincia e dalla Vecchia Pescheria, che oggi rappresenta il luogo di aggregazione e ritrovo dei giovani nelle serate sia estive che invernali.
– Per un break rilassante ci sono poi le Terme di Rimini . Oltre ai benefici dell’acqua salsobromoiodica, potete godervi i percorsi e i trattamenti del centro benessere. Aperte tutto l’anno, le Terme di Rimini sono le sole in Emilia Romagna a usare acque marine e termali.

E ovviamente non dimenticarti che anche noi siamo aperti e ti aspettiamo con le nostre piadine!
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Storia dell’Aperitivo

Storia dell’Aperitivo

 
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Dai Greci ai Romani nonché Egizi, aprire le libagioni con un sorso di fermentato prima dei pasti è da sempre un’antica tradizione tramandata nei secoli!

L’aperitivo, per quanto possa sembrare moderno, veniva già consumato dalle generazioni passate, ed è sempre stato vissuto come un momento magico di condivisioneda trascorrere quindi in compagnia di amicizie ed amori!


Ritagliandosi un momento nella routine quotidiana di chiunque, l’aperitivo offre l’occasione di consumare un pasto veloce fuori casa senza fretta ad un costo limitato, includendo sempre una bevanda accompagnata da snack in continua evoluzione: dalla cucina gourmet ai semplici tramezzini con patatine nonché qualsiasi tipologia di stuzzicheria per fermare l’appetito.

Tuttavia, ciò che lo caratterizza maggiormente è la bevanda scelta, normalmente con una base alcolica e di tendenza: la scelta ricade spesso sul calice di vino, che sia un Prosecco o un Franciacorta, o sullo Spritz,ma anche Aperol o Martini, veri protagonisti di questo momento di pausa e divertimento!
Inoltre, la selezione del bere viene spesso collegata alla zona territoriale in cui si risiede, per avvicinarsialle tradizioni culinarie e rendere loro omaggio!

Nonostante le origini lontane, la consumazione dell’aperitivo è decollata soprattutto negli ultimi tempi, registrando un afflusso consistente e in crescita di persone fuori casa!Infatti, grazie ad una indagine effettuata da Coldiretti-Censis risulta che nel fine settimana3 giovani su 4 sotto i 35 anni fanno ricorso all’aperitivo!

Questa tendenza sempre più in voga ha influenzato anche la natura dei bar, proponendo al pubblico una cucina ricca di ricette veloci, sfiziose e di finger food, contornati da una scelta ampia di dolci, per riuscire a soddisfare ogni esigenza del cliente!

Durante l’ora dell’Happy Hour, vieni da Peter Pan Piadineria e scopri le nostre offerte!
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Ricetta Crêpes

Ricetta Crêpes

 
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La crespella, più comunemente conosciuta con il termine francese “crêpe”, si presenta come una cialda morbida, sottile e non croccante, cotta su una superficie rovente tonda. Grazie ai suoi ingredienti naturali e piuttosto neutri, si accompagna perfettamente a piatti sia dolci che salati, con una varietà infinita di ripieni.


Le crêpesposso essere servite in tavola come antipasto, primo piatto o dolce. La loro preparazione e la relativa cottura sono semplici, rapide ed economiche. Il vero segreto è la farcitura, nella quale è possibile dare pieno sfogo alla fantasia:dal formaggio alla frutta fresca, alla marmellata o cioccolata, agli avanzirimasti in cucina ma sapientemente combinati!


La ricetta prevede pochi ingredienti semplici! Per esempio, per sei porzioni occorrono:
– 3 uova
– 250 gr di farina 00
– 500 ml di latte
– 1 pizzico di sale
– burro per ungere la padella


Si procede con la sbattitura delle uova a mano, con successiva aggiunta di latte e di un pizzico di sale. Versando lentamente e poco alla volta l’ultimo ingrediente, ovvero la farina setacciata, il composto dovrà risultare omogeneo, privo di grumi e dalla consistenza simile a una pastella liscia e fluida. La preparazione prevede un piccolo tempo di riposo del composto, il quale, coperto con apposita pellicola, va lasciato in frigorifero per almeno 30 minuti.


Trascorso il tempo, si passa alla fase di cottura delle crêpes, con l’accensione dei fornelli per far riscaldare la piastra. Quanto diventa calda si consiglia di ungerla con una noce di burro per non far attaccare il composto, eliminando l’eccesso con della carta assorbente. A questo punto si versa un mestolo di pastella, uniformando e pareggiando il composto nella piastra. La cottura prevede un calore inferiore per riuscire a cuocerla al meglio uniformemente, senza pericolo che si bruci. Armati di spatola, è il momento di girare la crêpe per continuare la cottura sull’altro lato. Quando risulterà dorata (e ci vorranno pochi istanti per ottenere questo risultato), la crêpe è pronta per essere impiattata, proseguendo con la cottura delle altre crêpes!


Per mantenerle al caldo, si consiglia di tenerle nel forno al minimo oppure fra due piatti posti su una pentola con acqua bollente, per evitare che si secchino. La loro conservazione può variare e allungarsi di un paio di giorni in frigo, ma è sempre consigliata una consumazione tempestiva.


Nonostante la semplicità di preparazione, Peter Pan Piadineria ti invita a provare la sua versione!
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Prosciutto di Parma

Prosciutto di Parma

 
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Il vero segreto del Prosciutto di Parma è la sua lavorazione naturale: gli unici ingredienti infatti sono la carne di maiale e il sale. Ciò che lo distingue dai suoi simili è l’abilità dei maestri salatori, accompagnata dall’aria delle colline parmensi e dalla lunga e paziente stagionatura.

Ma cosa si cela dietro la lavorazione completamente naturale?
Per la creazione del famoso Prosciutto di Parma non vengono utilizzate sostanze chimiche, conservanti o altri additivi, né si fa ricorso a procedimenti di affumicatura come avviene per altri salumi.
Ogni produttore di Prosciutto di Parma che si identifichi come tale deve rispettare questi principi; per questo è presente un Consorzio di Vigilanza osservi il disciplinare produttivo, al fine di garantire al consumatore un prodotto veramente naturale e realizzato come vuole la tradizione.
Ed è proprio il Consorzio che approva il prodotto con il suo marchio, la corona ducale a cinque punte, secondo gli standard produttivi e gli ingredienti utilizzati.

Come indica il nome, le origini del Prosciutto di Parma risiedono nel Centro-Nord Italia, nelle vicinanze del fiume Po, territori caratterizzati da un’elevata umidità. Questa limitazione geografica non è casuale! Infatti, queste terre sono uniche per l’allevamento di maiali, sani e dalle dimensioni superiori rispetto a quelli di altri allevamenti, e dai quali si ricavano sempre le carni migliori! La conservazione del Prosciutto di Parma è una caratteristica essenziale, e per prolungare la freschezza del prodotto, la tradizione richiede una salatura abbondante e paziente, perché sono proprio la lentezza del processo di stagionatura e la povertà di ingredienti cherendono il Prosciutto di Parma unico ed inimitabile.

Inoltre, è importante sfatare il mito dei salumi come nemici del nostro organismo in quanto il Prosciutto di Parma è un concentrato di energia e salute: pochi grassi, molti sali minerali, proteine facilmente digeribili, intenso apporto di vitamine. Togliere il grasso dal Parma è un vero peccato perché, oltre al gusto e al profumo, ha un contenuto di colesterolo davvero basso e una percentuale di acido oleico alta. Una garanzia!

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Il SanGiovese: un rosso corposo con una lunga storia

Il SanGiovese: un rosso corposo con una lunga storia

 
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Terra dei sapori decisi e corposi, la Romagna, è anche la patria di uno dei vini più famosi e presenti sulle tavole italiane: il Sangiovese.

È uno dei vitigni italiani più diffusi ed è coltivato principalmente in Emilia-Romagna, in Toscana e in alta Campania e pare che anticamente fosse coltivato anche in Calabria. Le sue origini sono poco conosciute e ancora oggi non si hanno notizie precise sulla sua data di nascita. Il nome sembra che derivi da “sangiovannese”, perché i vitigni anticamente si trovavano in grande quantità nel paese di San Giovanni Valdarno. Tuttavia, esiste un’altra corrente di pensiero focalizzata sul nome del Sangiovese, derivato possibilmente dall’uva “san giovannina”, una qualità di uva primaticcia che matura alla fine di giugno per la festa di San Giovanni Battista. Le ipotesi più remote poi, fanno addirittura risalire l’etimologia del Sangiovese al “sangue-giovese”, cioè il sangue di Giove, monte situato verso Santarcangelo di Romagna. I romagnoli affermano che il Sangiovese racchiude in sé il carattere tipico della popolazione romagnola, descrivendolo come un “vino robusto, ruvido a primo impatto ma molto delicato e sincero”.

A differenza di altri vini, il rosso della Romagna è importante perché non solo è uno dei vini da tavola più diffusi in Italia, ma concorre anche alla produzione di vini importanti come il Cabernet Sauvignon, il Chianti o il Brunello di Montalcino. Si coltiva principalmente nelle colline bolognesi e nelle campagne tra Rimini e Ravenna e ha tre diverse tipologie: Novello, Superiore e Riserva. Il vino Novello è quello che si ottiene con l’uva raccolta e macerata in un tempo abbastanza vicino mentre il Superiore è quello che ha una gradazione alcolica minima del 12% ed è commercializzato solo a partire dall’Aprile dell’anno successivo alla vendemmia. Il Sangiovese Riserva, invece, deve essere invecchiato di almeno 2 anni con una gradazione alcolica superiore al 12%.

Per quanto riguarda la preparazione, l’uva viene raccolta in Autunno e messa a macerare con la vinaccia. Dopo la macerazione si passa alla svinatura che separa le bucce e i vinaccioli dal succo. In seguito, il vino viene ripassato più volte attraverso dei filtri per eliminare altri residui e successivamente viene stabilizzato ed imbottigliato.Dal colore rosso rubino, il Sangiovese presenta caratteristiche singolari: è possibile infatti concentrarsi sul profumo delicato che ricorda la viola, il sapore secco e asciutto ed il retrogusto amarognolo ma molto gradevole. Si consiglia l’accompagnamento a piatti a base di carni rosse, arrosti misti, salumi e primi piatti con sughi di carne e pomodoro; ottimo anche il suo accostamento al famoso formaggio di fossa.

Da Peter Pan Piadineria, la scelta principale di vino ricade sempre sul SanGiovese!
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5 curiosità sul pane della Romagna: la piadina

5 curiosità sul pane della Romagna: la piadina

 
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Giovanni Pascoli diceva che “la piadina è il pane, anzi il cibo nazionale dei Romagnoli”. Conosciuta e imitata in tutto il mondo, la piadina presenta caratteristiche uniche e curiosità che non tutti sanno.

1. Il piacere racchiuso in 4 ingredienti
La ricetta è semplice, come la tradizione richiede: in pochi ingredienti si nasconde il gusto inconfondibile della piadina romagnola. Sono sufficienti infatti farina di grano tenero, acqua, sale e grassi nella forma di olio d’oliva o strutto per ottenere una piadina gustosa, semplice e tradizionale. Ciò che cambia, in base alla zona in cui viene preparata, è il diametro: più sottile e dai 23 ai 30 quella riminese, mentre il diametro si riduce in altre zone, rendendo la piada più spessa.

2. La cottura sul “testo”
Tradizionalmente la piadina romagnola si cucina su un piatto di terracotta (teglia o “teggia”, in dialetto romagnolo) oppure sul testo: una lastra di pietra o argilla. Il testo è la diretta evoluzione della cottura su pietra,presente già al tempo degli Antichi Romani ed è rimasto presente nella nostra cucina anche come forno portatile, molto usato dagli eserciti per cucinare il pane senza lievito.

3. IGP dal 2014
Nonostante sia un cibo diffuso già al tempo degli Antichi Romani, la piadina romagnola ha acquisito il marchio IGP soltanto dal 2014, dopo lunghe battaglie condotte dal Consorzio di Promozione e Tutela della Piadina Romagnola. Da pochi anni, quindi, la vera piadina si può preparare soltanto in Romagna, tuttavia seguendo la ricetta tradizionale. Un’occasione per questo territorio per difendere la propria tradizione in cucina ed esportare il gusto della vera piada nel mondo.

4. Occhio al colore dei chioschi!
Trovandosi in Emilia-Romagna alla ricerca della piadina perfetta, non c’è niente di meglio che cercare un chiosco ai bordi delle piazze. Ma attenzione a come sono fatti! I chioschi tradizionali sono colorati a bande verticali e i colori sono standard per varie località: per esempio, a Forlì-Cesena sono bianchi e rossi, mentre a Ravenna sono bianchi e verdi.

5. Tra mille varianti, la piada è una sola!
Non in tutta l’Emilia-Romagna si può trovare la piadina perfetta. Esistono diverse variantidi un impasto simile a quello tradizionale a cui vengono aggiunti o tolti ingredienti, trasformandolo in piatti diversi. A Bologna si possono trovare le crescentine, caratterizzate da un impasto simile ma diverso per l’aggiunta di latte e per la frittura come modalità di cottura. A Modena, invece, sono famose le tigelle, le quali, con l’aggiunta di lievito e cotte con l’apposita tigelliera, sono perfette se accompagnate dalla “cunza”: un pesto di lardo, rosmarino e aglio.

Vieni a provare la tipica piadina romagnola riccionese di Peter Pan a Rimini! Vai sul sito di Spiiky e cogli le offerte attive al volo!

Stracchino o crescenza? No, Squacquerone!

Stracchino o crescenza? No, Squacquerone!

 
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Se la crescenza è un formaggio tipicamente lombardo, fatto con latte parzialmente scremato in soli dieci giorni, e lo stracchino, che pur ne condivide le origini, è fatto con latte intero e richiede il doppio del tempo per essere pronto, lo Squacquerone si distingue per la sua cremosità unica e l’elevata “acquosità” (fatto per il 60% acqua), fattore dal quale prende il nome in dialetto romagnolo.

Lo squacquerone – o squacquarone – DOP è un formaggio fresco a pasta morbida, quasi cremosa, che viene prodotto con latte vaccino intero proveniente dagli allevamenti della Romagna; è di colore bianco avorio e possiede un buon sapore di latte con un retrogusto amarognolo e leggermente acidulo. Di origine antica, prevalentemente contadina, veniva prodotto esclusivamente in inverno, perché solo l’aria ferma e l’umidità permettevano al formaggio di nonasciugarsi e creare la “buccia”, mantenendo inalterata la possibilità di “squacquerarsi” e di prendere la forma del suo contenitore. Oggi invece si trova tutto l’anno e, senza altre specificazioni, è un formaggio generico che quindi può essere prodotto ovunque, a differenza del blasonato squacquerone di Romagna che, essendo un formaggio DOP, può essere ottenuto solo nella zona designata, nel rispetto del relativo disciplinare.

Buono anche da solo, può essere impiegato in cucina con notevole versatilità. Ma soprattutto, è uno dei prodotti “per eccellenza” con cui viene farcita la piadina, altro prodotto tipico delle terre romagnole.
Inoltre, lo Squacquerone DOP romagnolo èottimo per chi ha problemi d’intestino. Secondo i nutrizionisti, è perfetto per contrastare i disturbi intestinali grazie all’abbondante carica di batteri buoni e al poco lattosio. Ma soprattutto, i formaggi freschi in generale possono benissimo far parte di una dieta per perdere peso: sono leggeri e hanno molto calcio, utile perfino per le donne in dolce attesa.

Lo squacquerone si produce come la crescenza, ovvero:
• aggiunta del caglio (previa addizione di fermenti per l’acidificazione) al latte 38-40 °C;
• ottenimento della cagliata e maturazione sotto siero per circa 90 minuti;
• nessuna cottura della pasta (come tutti i formaggi freschi e a rapida maturazione);
• rottura grossolana della cagliata;
• ulteriore espulsione del siero dalla cagliata tagliata e riposo;
• messa in stampo, breve stufatura e salatura, in tempi stretti (meno di 8 ore in tutto);
• maturazione per 4 giorni in ambiente refrigerato e con alta umidità, e consumo pressoché immediato.

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